Dhyana, il settimo passo dello yoga

Sabato 11 aprile abbiamo svolto la lezione tematica dedicata a dhyāna, il settimo passo dello yoga. Con questo incontro ci siamo avvicinati al cuore della pratica: sedersi, osservare, stare in silenzio.

Se con dhāraṇā abbiamo imparato a fissare l'attenzione su un punto — la fiamma, lo yantra, il dṛṣṭi durante l'equilibrio — con dhyāna facciamo un passo ulteriore. Non si tratta più di concentrarsi su qualcosa, ma di lasciare che l'attenzione diventi un flusso continuo, senza interruzioni e senza sforzo.

Dhyāna negli Yoga Sūtra

Sūtra III.2

तत्र प्रत्ययैकतानता ध्यानम् ॥२॥

tatra pratyayaikatānatā dhyānam ॥2॥

La meditazione (dhyāna) è il flusso continuo e ininterrotto dell'attenzione verso quell'oggetto.

Il termine chiave è ekatānatā: continuità ininterrotta, flusso unico, composto da eka (uno) e tānatā (estensione continua). Tatra ("lì") si riferisce allo stato descritto nel sūtra precedente, dhāraṇā. In dhāraṇā la mente si fissa su un punto e ci torna quando si distrae; in dhyāna quel flusso di attenzione non si spezza più. L'immagine classica è questa: dhāraṇā è come una successione di gocce d'acqua separate, dhyāna è come un filo d'olio che scorre senza interruzione.

Dhyāna non è una tecnica diversa da dhāraṇā: non cambia il metodo, cambia la qualità dell'esperienza. Ed è importante essere onesti: dhyāna, la vera meditazione, non è qualcosa che si "fa" per qualche minuto a comando. È uno stato che emerge, che si manifesta, quando le condizioni sono giuste. Quello che possiamo fare è avvicinarci gradualmente attraverso l'esercizio, che è ciò che abbiamo sperimentato durante la lezione.

Da dhyāna allo zen: un viaggio attraverso i secoli

La parola dhyāna ha viaggiato attraverso lingue e culture per oltre 2.500 anni. In pāli (la lingua dei testi buddhisti più antichi) diventa jhāna. Il Buddha stesso descrive quattro jhāna, stadi progressivi di assorbimento meditativo. Quando il buddhismo raggiunse la Cina, la parola fu traslitterata in chán (禪), e diede il nome alla scuola di meditazione Chán. Da lì passò in Corea come sŏn (선), in Vietnam come thiền, e infine in Giappone come zen (禅).

Nel XX secolo queste tradizioni convergono in Occidente: Jon Kabat-Zinn, biologo molecolare americano formatosi con maestri zen e vipassanā, sviluppa negli anni '70 il protocollo MBSR (Mindfulness-Based Stress Reduction), estraendo le tecniche meditative dal contesto religioso e inserendole in un contesto clinico. La mindfulness moderna, oggi diffusissima, è essenzialmente una versione laica e scientifica di pratiche che discendono da dhyāna.

La pratica: sedersi e preparare il corpo

La lezione è iniziata con una pratica āsana dedicata alla preparazione del corpo per stare seduti a lungo e in modo confortevole. Abbiamo lavorato sull'apertura delle anche, sull'allungamento delle catene posteriori e sulla mobilità delle caviglie: tutto ciò che serve perché la posizione seduta non diventi un ostacolo alla concentrazione. Se le ginocchia tirano, se la schiena fa male, la mente sarà lì invece che sul respiro.

Abbiamo poi esplorato diverse posizioni sedute tradizionali per la meditazione: sukhāsana (la posizione comoda, gambe semplicemente incrociate), svastikāsana (piedi infilati tra coscia e polpaccio), ardha siddhāsana (talloni allineati), ardha padmāsana (mezzo loto), vajrāsana (seduti sui talloni), vīrāsana (seduti tra i talloni). Non esiste la posizione perfetta per tutti: ognuno ha esplorato e scelto quella in cui il proprio corpo poteva stare fermo e a proprio agio.

I mudrā delle mani

I mudrā sono un mondo vasto e affascinante, considerato tradizionalmente una pratica avanzata. Ai fini della nostra esperienza, li abbiamo utilizzati in modo semplice: come posture delle mani che aiutano a mantenere l'attenzione e la postura del corpo durante la meditazione.

Abbiamo introdotto due mudrā. Il primo è jñāna mudrā (conosciuto in alcuni testi anche come cin mudrā): pollice e indice che si toccano, le altre dita distese, mani appoggiate sulle ginocchia. È il mudrā tradizionalmente associato alla posizione a gambe incrociate, che sia sukhāsana o una sua variante. Il secondo è dhyāna mudrā — il "mudrā della meditazione": la mano destra appoggiata dentro la sinistra, con i pollici che si sollevano e si toccano formando un ovale. Le mani poggiano in grembo ed è il mudrā associato a vajrāsana e vīrāsana. I pollici che si toccano hanno anche una funzione pratica durante la meditazione: quando l'attenzione cala e la mente vaga, i pollici tendono a separarsi o a premere troppo. Accorgersene è già un momento di consapevolezza, un invito a tornare al respiro.

Due esperienze di meditazione

Abbiamo praticato due brevi sessioni di meditazione, ognuna in una posizione seduta diversa e con un mudrā diverso.

Nella prima sessione abbiamo usato il conteggio dei respiri come àncora: inspiro "uno", espiro "uno", inspiro "due", espiro "due", fino a dieci, poi si ricomincia. Se si perde il conto, si torna a uno, senza giudizio. Arrivare a dieci non è l'obiettivo — l'obiettivo è provare a farlo, e accorgersi di quando la mente è andata altrove.

Nella seconda sessione abbiamo tolto la struttura del conteggio. L'àncora è diventata la semplice ripetizione mentale di "dentro" e "fuori" con il ritmo del respiro. Quando arriva qualcosa (un pensiero, una sensazione, un impulso) lo si osserva senza analizzarlo, senza alimentarlo. Poi mentalmente si dice "torno" e si riprende: dentro, fuori.

La differenza tra le due sessioni riflette il tema della lezione. Nella prima, la mente ha ancora un compito (contare). Nella seconda, il compito si dissolve. Non c'è più niente da contare, niente da raggiungere. Solo osservare il flusso: dentro, fuori. Quando la mente se ne va, accorgersi e tornare. È il primo passo verso dhyāna.

Il respiro come àncora

Il respiro è ancora un "oggetto" di concentrazione, in un certo senso. Ma a differenza di una fiamma o di uno yantra, è un oggetto interno, che abbiamo sempre con noi. Non servono candele, stampe o uno studio di yoga. Il respiro è lì, in ogni momento, in qualsiasi situazione. Questo significa che possiamo trovare un momento di presenza ovunque: in coda, in treno, prima di una riunione, nel silenzio della sera.

Trovare una routine per sperimentare questi esercizi di meditazione può essere trasformativo. Ma non deve essere un’imposizione. Basta la consapevolezza che il respiro è sempre a disposizione, e che possiamo tornarci ogni volta che ne sentiamo il bisogno.

Fonti e approfondimenti

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