Dharana, il sesto passo dello yoga

Sabato 21 marzo abbiamo svolto la lezione tematica dedicata a dhāraṇā, il sesto passo dello yoga. In questo articolo riprendiamo il significato di questo termine e alcune esperienze di pratica che abbiamo esplorato durante l'incontro.

Con dhāraṇā entriamo nella parte più interiore del percorso dello yoga. Se con pratyāhāra abbiamo imparato a ritirare l'attenzione dagli stimoli esterni, con dhāraṇā facciamo il passo successivo: dirigere quell'attenzione su un punto preciso e mantenerla lì.

Che cos'è dhāranā

La parola dhāraṇā deriva dalla radice sanscrita dhṛ, che significa "sostenere, mantenere, tenere fermo". Si traduce comunemente come "concentrazione", ma il significato è più specifico: è l'atto di fissare la mente su un punto e mantenerla lì. Quel punto può essere un oggetto esterno, un punto del corpo, un suono o un'immagine. Ciò che conta è la qualità dell'attenzione, non l'oggetto in sé.

Dhāranā negli Yoga Sūtra

Patañjali dedica a dhāraṇā un unico sūtra, brevissimo e denso.

Sūtra III.1

देशबन्धश्चित्तस्य धारणा ॥१॥

deśa-bandhaḥ cittasya dhāraṇā ॥1॥

Dhāraṇā è il fissare la mente in un punto.

Il termine deśa indica un luogo, un punto preciso. Bandha significa legare, fissare. La mente (citta) si àncora a un punto e vi rimane. Patañjali non indica come farlo nella pratica, ci dice solo che la mente si lega a un punto. Le tecniche concrete vengono dalla tradizione dell'Haṭha Yoga, che è successiva e complementare agli Yoga Sūtra.

Dhāraṇā è il primo dei tre passi interiori dello yoga. Insieme a dhyāna (meditazione) e samādhi (assorbimento), forma ciò che Patañjali chiama samyama: il percorso che dalla concentrazione porta alla meditazione e infine all'unione.

Lo sguardo come strumento di concentrazione: il drsti

Uno dei modi più diretti per sperimentare dhāraṇā è attraverso lo sguardo. Il termine sanscrito dṛṣṭi significa "sguardo" o "visione" e indica la pratica di fissare gli occhi su un punto preciso. Quando lo sguardo si ferma, la mente tende a seguirlo.

Il dṛṣṭi non è menzionato esplicitamente negli Yoga Sūtra, ma un primo riferimento si trova nella Bhagavad Gītā, dove Kṛṣṇa istruisce Arjuna a tenere il corpo eretto e fissare lo sguardo sulla punta del naso. Nella tradizione dell'Ashtanga Vinyasa Yoga, ogni āsana ha un dṛṣṭi specifico associato, con otto punti focali principali.

Durante la lezione abbiamo portato il dṛṣṭi nella pratica di equilibrio. In posizioni come garuḍāsana, eka pāda utkāṭāsana e naṭarājāsana, lo sguardo fisso su un punto diventa essenziale: se lo sguardo si sposta, l'equilibrio si perde. Questo rende immediatamente evidente il collegamento tra concentrazione visiva e stabilità del corpo e della mente.

Trātaka: la concentrazione sulla fiamma

Trātaka è una pratica tradizionale di concentrazione che consiste nel fissare lo sguardo su un oggetto senza sbattere le palpebre. È descritta in due testi classici dell'Haṭha Yoga come una delle sei tecniche di purificazione (śatkarma).

Nella Haṭha Yoga Pradīpikā (XV secolo, capitolo 2, versi 31-32) si legge:

nirīkṣen niścala-dṛśā sūkṣma-lakṣyaṁ samāhitaḥ |aśru-sampāta-paryantam ācāryais trāṭakaṁ smṛtam ॥31॥

Fissare con sguardo immobile un oggetto sottile, con mente concentrata, fino a quando non scendono le lacrime: questo è trātaka, secondo i maestri.

La stessa pratica è descritta nella Gheraṇḍa Samhitā (XVII secolo, versi 53-54) con parole molto simili. Da notare che i testi classici non specificano la fiamma come unico oggetto: parlano di sūkṣma-lakṣyam, "un oggetto sottile", che può essere un punto, uno yantra o qualsiasi altro punto di concentrazione. La fiamma della candela è diventata l'oggetto più diffuso nella pratica tradizionale grazie alla sua luminosità e alla qualità ipnotica del suo movimento.

La pratica prevede due fasi: bahir trātaka, l'osservazione esterna dell'oggetto a occhi aperti, e antar trātaka, la visualizzazione interiore dell'immagine che rimane sulla retina quando si chiudono gli occhi. Questo passaggio dall'esterno all'interno è il cuore della pratica e il ponte naturale tra trātaka e dhāraṇā.

Durante la lezione abbiamo praticato trātaka con la fiamma di una candela, alternando cicli di osservazione a occhi aperti e momenti a occhi chiusi in cui si cercava di trattenere l'immagine della fiamma.

Lo yantra: un diagramma per la concentrazione

La parola yantra viene dalla radice sanscrita yam ("sostenere, controllare") e significa letteralmente "strumento". Nella tradizione tantrica, gli yantra sono diagrammi geometrici composti da forme precise (triangoli, cerchi, petali di loto, quadrati) ciascuna con un significato simbolico specifico. Al centro di ogni yantra si trova il bindu, un punto che rappresenta il nucleo, la sorgente, il punto di origine da cui tutto il diagramma si sviluppa. È il fuoco della concentrazione: lo sguardo e la mente convergono verso di esso. Tradizionalmente ogni yantra è associato a una divinità e a un mantra, e viene usato come supporto alla meditazione e al culto.

Gli yantra possono essere disegnati su carta, incisi su metallo, o realizzati in forma tridimensionale. La versione tridimensionale più nota è il Meru Śrī Yantra, una proiezione in rilievo dello Śrī Yantra (il più celebre tra gli yantra) realizzata in ottone, rame o argento, che richiama la forma del Monte Meru della cosmologia indiana.

Yantra e mandala: qual è la differenza?

I due termini sono spesso usati in modo intercambiabile, ma indicano cose diverse. Yantra significa "strumento" e viene dalla tradizione vedica e tantrica indiana. Maṇḍala significa "cerchio" in sanscrito e ha una presenza più ampia, sia nell'induismo che nel buddhismo.

La differenza più interessante è nel rapporto con il tempo. Lo yantra è un oggetto permanente: viene costruito, spesso consacrato, e conservato per essere usato ripetutamente. È uno strumento preciso e stabile, come deve essere il punto su cui la mente si fissa. Il mandala, nella tradizione buddhista tibetana, è spesso effimero: i celebri mandala di sabbia colorata vengono costruiti con grande cura nel corso di giorni o settimane, e poi distrutti poco dopo il completamento, come insegnamento sull'impermanenza della vita.

Per chi volesse vedere la creazione e la distruzione di un mandala di sabbia tibetano, consiglio questo breve video.

Nel contesto della nostra lezione, abbiamo utilizzato lo Śrī Yantra come strumento di concentrazione. Ogni partecipante ha colorato il proprio diagramma con pastelli, personalizzandolo con i propri colori in un gesto semplice ma meditativo, che rende il diagramma personale e unico. Il diagramma è stato poi attaccato al muro e osservato come punto di concentrazione, con lo sguardo sul bindu (il punto nero centrale). Chiudendo gli occhi, l'immagine colorata rimaneva visibile sulla retina: l'ultimo livello di dhāraṇā, la concentrazione che si interiorizza.

Praticare dhāranā

Come praticare dhāraṇā? Ecco alcune esperienze che si possono provare a casa.

Trātaka con la candela. Scegliere una candela semplice, bianca, a pilastro, senza contenitore, per poter visualizzare bene la fiamma. Prima di iniziare, accorciare lo stoppino con le forbici e accendere la candela qualche minuto prima della pratica, per far sì che la fiamma si stabilizzi. Posizionarla ad altezza degli occhi, alla distanza di un braccio. Da una posizione seduta comoda, con la schiena dritta, iniziare ad osservare la fiamma, senza sbattere gli occhi. Il punto di osservazione è la parte bianca della fiamma, non lo stoppino. Ripetere per tre cicli, senza spostare il volto. Poi chiudere gli occhi e ritrovare l'immagine della fiamma sulla retina.

Visualizzazione con uno yantra. Stampare uno yantra (in fondo all’articolo ne è disponibile uno da stampare) e colorarlo a piacere, lasciando il bindu centrale visibile. Si consigliano colori contrastanti tra loro, per rendere l'immagine più vivida. Posizionare il diagramma attaccato al muro, ad altezza degli occhi, alla distanza di un braccio. Osservare il bindu per circa cinque minuti, senza distogliere lo sguardo. Poi chiudere gli occhi e ritrovare l'immagine dello yantra, osservarla. Al termine, sbattere gli occhi e guardare in alto verso un punto bianco della parete, finché l'immagine residua non si dissolve.

Il dṛṣṭi nella pratica āsana. Nelle posizioni di equilibrio, provare a trovare un punto di osservazione davanti agli occhi, ammorbidire lo sguardo e continuare a fissarlo per tutta la durata della posizione. Nelle transizioni da una posizione all'altra, mantenere lo sguardo lungo una linea continua, senza lasciarlo vagare.

Queste pratiche non richiedono molto tempo. Anche solo qualche minuto al giorno dedicato all'osservazione di una fiamma, di un punto o del respiro può aiutare a sviluppare una qualità di attenzione più stabile e presente.

Fonti e approfondimenti

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Pratyahara, il quinto passo dello yoga