Niyama, il secondo passo dello yoga
Sabato 22 novembre 2025 abbiamo svolto la lezione tematica dedicata a niyama, il secondo passo dello yoga. Questo articolo introduce il tema e offre alcuni spunti di riflessione anche per chi non ha potuto partecipare, ma desidera unirsi ai prossimi incontri. In fondo all’articolo puoi trovare le fonti di approfondimento e scaricare la dispensa distribuita durante la lezione.
Niyama
Il secondo passo dello yoga è niyama, tradotto comunemente come “le osservanze”. Se yama riguarda il nostro rapporto con gli altri, niyama guarda il rapporto con noi stessi: le abitudini, gli atteggiamenti e le pratiche interiori che coltiviamo quotidianamente. Niyama è descritto nei sui componenti nel sūtra numero numero 32 del secondo libro degli Yoga Sūtra.
Sutra II.32शौचसंतोषतपःस्वाध्यायेश्वरप्रणिधानानि नियमाः॥३२॥
śauca saṁtoṣa tapaḥ svādhyāya iśvarapraṇidhānāni niyamāḥ ॥32॥
Niyama (le osservanze) consistono in śauca, saṁtoṣa, tapaḥ, svādhyāya e iśvarapraṇidhānāni.
I cinque componenti di niyama sono śauca (purezza), saṁtoṣa (appagamento), tapaḥ (austerità / disciplina), svādhyāya (studio di sé) e iśvarapraṇidhānāni (abbandono al divino / resa).
I cinque componenti di niyama
Śauca non riguarda solo la pulizia del corpo, ma anche quella più sottile: ordine negli spazi in cui viviamo; pensieri chiari; eliminare ciò che appesantisce. È un invito alla cura di sé, all’igiene del corpo e della mente, per creare le condizioni di base che permettono alla pratica di fiorire.
Saṁtoṣa non è passività o rassegnazione; significa apprezzare ciò che siamo e ciò che abbiamo, senza inseguire continuamente qualcos’altro per sentirci felici. Possiamo avere obiettivi e desideri, ma la nostra serenità non dovrebbe dipendere dal loro raggiungimento. È un invito alla gratitudine, alla semplicità, alla presenza.
Tapaḥ è la nostra capacità di impegnarci, di creare routine sane, di mettere energia e volontà nella trasformazione personale. Può significare: mantenere una pratica costante; dedicare tempo allo studio; coltivare un’abitudine positiva; saper dire dei “no” che proteggono la nostra energia. Non è rigidità: è il fuoco dell’intenzione.
Svādhyāya significa “studio del sé” e include due aspetti:
– lo studio dei testi che ispirano e guidano il nostro cammino (un esempio possono essere proprio gli Yoga Sūtra)
– l’osservazione onesta di noi stessi: schemi, pensieri, emozioni, reazioni.Svādhyāya ci invita a conoscerci profondamente e con sincerità.
Iśvarapraṇidhānāni Non ha un significato religioso in senso stretto. È l’attitudine di affidarsi a qualcosa di più grande di noi: la vita, il tempo, la natura, ciò che non possiamo controllare.
Significa:
– non voler dominare tutto,
– lasciare andare ciò che non ci appartiene,
– riconoscere i nostri limiti,
– affidarsi con umiltà al fluire della realtà.È un invito alla fiducia.
Niyama nella vita quotidiana
Pur non essendo comandamenti o dogmi, i niyama sono straordinariamente attuali. Ci ricordano che la pratica yoga è un percorso di trasformazione personale, e che la serenità nasce dalle nostre abitudini quotidiane:
prendersi cura del corpo (śauca),
coltivare gratitudine (saṁtoṣa),
impegnarsi con costanza (tapaḥ),
conoscersi profondamente (svādhyāya),
lasciar andare ciò che non dipende da noi (iśvarapraṇidhānāni).
Sul tappetino questi principi ci aiutano a praticare con consapevolezza.
Fuori dal tappetino ci aiutano a vivere meglio, nelle relazioni, nel lavoro, nelle scelte di ogni giorno.
Fonti e approfondimenti
Iyengar, B. K. S. (2002). Light on the Yoga Sūtras of Patañjali. Thorsons (Revised edition).
Niyama | Dispensa della lezione tematica del 22/11/2025 (PDF)