Pratyahara, il quinto passo dello yoga
Sabato 21 febbraio abbiamo svolto la lezione tematica dedicata a pratyāhāra, il quinto passo dello yoga. In questo articolo riprendiamo il significato di questo termine e alcune esperienze di pratica che abbiamo esplorato durante l’incontro.
Pratyāhāra segna un passaggio importante nel percorso dello yoga: è il punto in cui l’attenzione inizia a ritirarsi dall’esterno per rivolgersi verso l’interno.
Che cos’è pratyāhāra
La parola pratyāhāra può essere tradotta come ritiro dei sensi. Non significa eliminare i sensi o smettere di percepire il mondo, ma imparare a non essere costantemente trascinati dagli stimoli sensoriali. Nella vita quotidiana i sensi sono continuamente attivi: suoni, immagini, odori, sapori e contatti attirano la nostra attenzione in molte direzioni diverse. La mente tende a seguire questi stimoli in modo automatico. La pratica dello yoga propone invece un movimento opposto: imparare gradualmente a raccogliere l’attenzione, riducendo la dipendenza dagli stimoli esterni.
Pratyāhāra è quindi una fase di transizione tra le pratiche più corporee (āsana e prāṇāyāma) e quelle più interiori, come concentrazione e meditazione.
Pratyāhāra negli Yoga Sūtra
Patañjali descrive pratyāhāra in due sūtra molto brevi ma molto significativi.
Sutra II.54
स्वविषयासम्प्रयोगे चित्तस्वरूपानुकार इवेन्द्रियाणां प्रत्याहारः ॥५४॥
svaviṣayāsamprayoge cittasvarūpānukāra iva indriyāṇām pratyāhāraḥ ॥54॥
Pratyāhāra è il ritiro dei sensi dai loro oggetti, come se seguissero la natura della mente.
In altre parole, i sensi smettono di inseguire continuamente gli oggetti esterni e iniziano a seguire il movimento della mente che si raccoglie.
Sutra II.55
ततः परमा वश्यतेन्द्रियाणाम् ॥५५॥
tataḥ paramā vaśyatendriyāṇām ॥55॥
Da ciò deriva il massimo controllo sui sensi.
Il termine “controllo” qui non indica repressione, ma capacità di scelta: i sensi non dominano più la mente, ma diventano strumenti che possiamo utilizzare con maggiore libertà.
Un’esperienza di pratica sul ritiro dei sensi
Durante la lezione abbiamo esplorato il tema di pratyāhāra attraverso alcune esperienze pratiche, semplici ma molto dirette.
Abbiamo iniziato con una breve sequenza di āsana, ripetuta più volte modificando il rapporto con i sensi. Nella prima ripetizione la pratica si è svolta nel modo abituale, seguendo le indicazioni della voce. Successivamente abbiamo provato a ridurre gli stimoli uditivi, utilizzando dei tappi per le orecchie. La stessa sequenza diventava immediatamente diversa: senza il riferimento costante della voce, il movimento richiedeva più attenzione e più memoria del corpo. In una terza fase abbiamo praticato con gli occhi coperti. Senza il riferimento visivo, anche posizioni semplici richiedevano maggiore ascolto del corpo, dell’equilibrio e del contatto con il tappetino. Queste variazioni hanno reso evidente quanto i sensi orientino continuamente la nostra attenzione. Quando uno di essi viene temporaneamente ridotto, emergono altre forme di percezione: il respiro, il peso del corpo, la direzione del movimento.
Nella seconda parte dell’incontro abbiamo esplorato i sensi in modo ancora più diretto. Con gli occhi coperti, ogni partecipante ha ricevuto un piccolo alimento da osservare lentamente attraverso i diversi sensi. Prima il tatto, poi l’odore, infine il gusto. Un gesto molto semplice, ma che cambia completamente quando viene fatto con attenzione e senza l’immediatezza dello sguardo. Il sapore, la consistenza e il tempo dell’esperienza diventano molto più evidenti. Queste pratiche non servono a “bloccare” i sensi, ma a osservare il modo in cui funzionano. Riducendo temporaneamente gli stimoli esterni, diventa più facile accorgersi di come l’attenzione si muove e di come può essere raccolta. In questo senso, pratyāhāra non è un allontanamento dal mondo, ma un modo per sviluppare una relazione più consapevole con ciò che percepiamo.
Portare pratyāhāra nella vita quotidiana
Pratyāhāra non riguarda solo la pratica sul tappetino. Può essere coltivato anche nella vita di tutti i giorni, attraverso piccoli momenti di attenzione.
Ad esempio, possiamo dedicare qualche minuto a muoverci o respirare senza musica o stimoli esterni, lasciando che il respiro diventi il punto di riferimento principale. Oppure possiamo osservare con calma un’esperienza sensoriale molto semplice — un boccone di cibo, un odore, il contatto dei piedi con il pavimento — senza affrettarla.
Queste pause non hanno lo scopo di isolarsi dal mondo, ma di ridurre la dispersione dell’attenzione. Quando i sensi smettono di inseguire continuamente nuovi stimoli, la mente diventa naturalmente più stabile.
In questo modo pratyāhāra prepara il terreno per i passi successivi dello yoga, in particolare dhāraṇā (concentrazione) e dhyāna (meditazione), che approfondiremo nei prossimi incontri.
Fonti e approfondimenti
Iyengar, B. K. S. (2002). Light on the Yoga Sūtras of Patañjali. Thorsons (Revised edition).
Nuzzo A. (2019). I doni dello yoga. Morellini Editore.
Pratyahara | Dispensa della lezione tematica del 21/02/2026 (PDF)